L’INNOVAZIONE A MISURA DI PMI

La grande impresa è in via d’estinzione, dice il Sole 24 Ore. E forse, è vero, un po’ dovremmo preoccuparci dei dati che arrivano dalla ricerca di Prometeia sui dati di Bureau Van Dijk e dalle elaborazioni del Centro Studi di Confindustria. Ricapitoliamoli: le nostre grandi imprese sono più piccole delle altre, coi loro 3 miliardi di euro di patrimonializzazioni contro i 3,5 del campione globale. I nostri brevetti per impresa sono meno, 35 contro 132, e più in generale il numero di imprese oltre i mille addetti, dai primi anni novanta a oggi, è sceso di oltre 30 punti percentuali.

Potremmo fermarci qui e unirci al coro funebre dedicato alla nostra economia. Oppure possiamo gettare lo sguardo oltre ai grandi, e passare qualche decina di minuti a guardare oltre al confine della grande realtà industriali. Concentrandoci cioè sulla stragrande maggioranza del nostro sistema produttivo. Perché più del 90% delle 407mila realtà manifatturiere italiane – 3,7 milioni di addetti, 853 miliardi di valore della produzione, a spanne il 40% del Pil italiano – sono piccole o addirittura micro imprese. E non è vero – sottolineato quattro volte: non è vero – che non innovano e che non sanno competere.

Per esempio, il 48,1% delle imprese che operano nel sistema casa usa con continuità macchine a controllo numerico mentre il 10% si avvale della robotica per produrre. E tra le imprese orafe il taglio laser è prassi per un’impresa su quattro e la stampa 3D per un impresa ogni sei.

Non sono considerazioni banali: alcontrario sono l’attestazione che le innovazioni della terza o quarta rivoluzione industriale che dir si voglia – dalle più democratiche e a basso costo alle più complesse – già sono percolate nel terreno più profondo del nostro fare impresa. Chi ne fa uso, chi ha ridisegnato i propri processi produttivi in funzione di tali innovazioni non è più una sparuta minoranza di eccellenze, ma una quota importante, nonostante sia ancora minoritaria, di realtà manifatturiere.

Lo stesso vale per l’ultimo miglio della catena del valore, quello dove forse scontiamo maggiormente il presunto nanismo delle nostre imprese. Parliamo, ovviamente, della capacità di saper vendere, soprattutto al di fuori dei confini nazionali. Ebbene, sempre secondo la ricerca, la quota di fatturato prodotto attraverso l’e-commerce raggiunge la sua percentuale più alta – il 6,6% – proprio tra le imprese più piccole, quelle tra 1 e 19 addetti, in particolare nel sistema moda. Certo, siamo ancora lontani da risultati per cui gonfiare il petto: le imprese tedesche con più di 10 addetti fanno tre volte il nostro fatturato, grazie al canale online. Ma, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, una quota crescente del nostro export manifatturiero – che per il 24% è formato dai tre settori in questione – è figlia di una digitalizzazione del processo di vendita che amplia a dismisura le potenzialità di vendita delle realtà più minute.

La frontiera si chiama Internet delle cose. Per il 27% delle imprese è uno strumento importante per lo sviluppo dell’attività. Il 6,3% si spinge addirittura a definirlo come un elemento chiave. E forse una qualche attenzione in più a queste realtà poteva arrivare dal piano Industria 4.0 del governo, forse troppo elitario nel suo concentrare tutta la propria azione solo sulle medie imprese. Perché c’è un solo modo di reagire al declino della grande impresa italiana peggiore del sedersi in un angolo e piangerla. È dimenticarsi dei piccoli, non aiutarli a crescere.